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Sanità pubblica e tagli. Cronaca di una morte annunciata | Nino Cartabellotta

23 Set

Sorgente: Sanità pubblica e tagli. Cronaca di una morte annunciata | Nino Cartabellotta

 

Il tema che pone Nino Cartabellotta, uno degli osservatori piu’ seri della sanità’ italiana, non e’ da poco. E soprattutto impone riflessioni  probabilmente anche dolorose sul fatto che la continua riduzione di risorse possa essere determinata da una malcelata intenzione di ridurre il servizio sanitario pubblico universalistico ed egualitario ad una parte residua della assistenza globale.

Probabilmente il desiderio di porre una parte del servizio sanitario a totale carico dei cittadini (o delle assicurazioni private) è già da tempo un intento della politica italiana. Non è neanche detto che sia del tutto negativo, tuttavia andrebbe bene compreso ed analizzato il problema.

Il quesito che sarebbe lecito porsi è: è solo desiderio del decisore politico, oppure gran parte del servizio sanitario o perlomeno dei medici afferenti al servizio sanitario è connivente se non addirittura favorevole ad un passaggio di questo genere? Alcuni mesi fa il BMJ   riportava una lettera di un medico inglese che, lavorando nel servizio sanitario nazionale inglese, si chiedeva se fosse etico e morale fare l’attività libero professionale al di fuori  dell’orario di servizio.

Senza entrare nel merito di questo articolo, sicuramente le inefficienze del servizio sanitario nazionale costringono gran parte della popolazione ad afferire a pagamento per ottenere prestazioni sia di livello elevato, ma soprattutto per ridurre le liste di attesa e, almeno dal mio punto di vista, per ottenere la continuità della cura cioè essere seguiti da un medico di fiducia. Questo in effetti non è possibile nel servizio sanitario nazionale dove le inefficienze una continua emorragia di risorse finanziarie verso il settore privato che in realtà nessuno è in grado di quantificare adeguatamente. Se è vero che l’Italia ha una spesa sanitaria molto bassa, è anche vero che la spesa privata è tra le più alte a livello europeo di cui probabilmente sfugge una gran parte  che passa dalle tasche dei cittadini altri professionisti della sanità (non ci sono solo i medici, ma gli ambulatori i vari gabinetti diagnostici eccetera). In realtà i medici che effettuano una attività libero professionale rendono un gran servizio alla popolazione mettendo a disposizione la loro capacità, le loro conoscenze, il fatto di poter seguire un paziente anche a casa, e di seguirlo nel tempo. Quindi lungi dall’essere demonizzato questo servizio è utile per il cittadino, ma suscita il problema di capire il perche’ della riduzione dei servizi che il servizio sanitario offre e impone una riflessione molto seria e approfondita sulla loro riduzione  che il servizio sanitario nazionale è in grado di offrire. (Pensiamo anche alle  barelle, alle badanti di notte in ospedale etc). In effetti il problema e’ simile a quello delle badanti: siamo il paese europeo che ne ha di piu’, accettiamo che la badante stia in ospedale di notte perche’ gli infermieri scarseggiano e non diciamo nulla, non protestiamo, non ci indignamo, lo consideriamo “normale”

È notizia di questi giorni che l’ospedale di Addenbrooke a Cambridge, uno degli ospedali più famosi dalla Gran Bretagna, è stato sanzionato perché non aveva personale sufficiente ad accudire in maniera idonea i pazienti (la notizia è stata riportata a gran voce da tutti i giornali inglesi). Infatti in GB di notte non ci sono le badanti, ci sono gli infermieri, e una visita ispettiva ha mandato a casa il manager dell’ospedale. Da noi intere paginate sulle barelle e nessuno si muove, i sindacati nicchiano, ognuno per se (i sindacati medici per i medici, gli infermieri per infermieri etc) ma nessuno per i pazienti.

Quindi si potrebbe pensare che siano due le componenti che mancano nel nostro servizio sanitario, la prima la capacità da parte delle autorità regolatori (servizi di accreditamento, servizi di qualità, servizi di HTA) di valutare adeguatamente la qualità dei servizi erogati, mentre dall’altra parte e la acquiescenza della classe medica che da una parte accetta di fornire prestazioni extra sulla spinta della necessità della popolazione, mentre dall’altra in molti casi accetta delle logiche di “do ut des (  vedi nomine) in cambio del silenzio tombale.

Quando poi alla fine ci si accorge che questi complessi meccanismi, molto più complessi di quelli che io ho cercato di esplicitare, arrivano a dei livelli insostenibili, è probabilmente troppo tardi. Si sono sviluppati e ampiamente accettati modelli che nulla hanno a che vedere con la qualità professionale. I sistemi di valutazione come quelli messi in campo da AGENAS,  pur con tanta buona volontà ed encomiabili visto che sono gli unici a disposizione, non sembrano poter effettivamente fotografare la situazione clinica dei pazienti e della qualità della assistenza e i sistemi di accreditamento regionale non hanno dato risposte idonee.

Solo ultimamente con il decreto appropriatezza si è ottenuto un pur modesto risultato ma, a mio parere un segnale molto forte. In effetti sono state coinvolte le società scientifiche che dovrebbero fornire criteri di adeguatezza. La sfida è quindi quella  di portare sul piano scientifico, professionale, clinico il sistema, provare con dati e numeri che l’assistenza è carente e che la carenza dipende dalla riduzione delle risorse.

La Società italiana di nefrologia sta affrontando questo argomento in maniera importante: ha indetto un censimento delle strutture meteorologiche, ha dato mandato a ditte specializzate a poter utilizzare i cosiddetti Big Data,  per valutare se effettivamente la cura tecnologica ha un impatto sui risultati clinici dei pazienti (i cosiddetti outcome). .

E’ esperienza comune che i sindacati, i professionisti, le società scientifiche, parlano spesso di riduzione delle risorse ma quasi pari abbiamo dati reali, realistici e utilizzabili per poter effettivamente spiegare e descrivere la riduzione dei risultati clinici che questi comportano. È probabile che i professionisti siano titubanti ad ammettere di avere risultati inferiori rispetto a quelli voluti a causa d’una riduzione delle risorse, ma questo è un passaggio obbligato se vogliamo veramente dimostrare che la riduzione delle risorse ha inciso profondamente sulla qualità dell’assistenza. Se continueremo  ad ammettere o a mentire sul fatto che non stiamo dando un’assistenza ottimale, lasciando alla magistratura il compito di dimostrarlo, allora saremo sempre perdenti.

È necessario che i medici misurino la propria attività in maniera idonea, corretta, onesta, funzionale e globale ed ammettano riduzioni dei risultati clinici a fronte di una riduzione delle risorse economiche disponibili. E che siano disponibili a denunciare questi fatti. Il continuare a piangersi addosso nella riduzione economica senza effettivamente dimostrare cambiamenti dell’attività clinica non porta a nessun risultato ed accelererà questa agonia lenta continua e terribile del nostro servizio sanitario nazionale.

 

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