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Archivi categoria: diritto e legali

Tac entro 60 giorni o scatta il diritto ad andare dal privato pagando solo il ticket

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Visite specialistiche con tempi di attesa garantiti

Tra le prestazioni con tempi di attesa garantiti rientrano anche alcune visite specialistiche, che vanno erogate addirittura entro 30 giorni

manca la visita nefrologica

 

Ferie e riposi, quando spettano e quando prenderli

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Pubblicato da su 27 aprile 2017 in diritto e legali

 

Ritardo di Diagnosi Colposo – Sfumata e incerta la distinzione tra imperizia, negligenza e imprudenza

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A cura di: Mauro Marin Direttore di Distretto – Pordenone

Il ritardo dannoso e colposo di diagnosi è una temibile contestazione per i sanitari che si correla principalmente con la competenza, la diligenza e la prescrizione appropriata di accertamenti diagnostici nei tempi utili nel caso concreto.L’attualità dei concetti di colpa lieve e di colpa grave nella valutazione a posteriori della condotta del sanitario è strettamente legata all’utilizzo in sede giudiziaria di linee guida e documenti di buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica come previsto prima dall’art.3 dalla legge n.189/2012 ed ora dagli artt.6 e 7 del decreto Gelli approvato da Camera e Senato. Tuttavia ad oggi questi riferimenti non sono sempre in grado di offrire standard legali precostituiti e non sono regole cautelari secondo il classico modello della colpa specifica, dato che i loro contenuti spesso sono diversi, provengono da fonti diverse ed hanno ad oggi un diverso grado di affidabilità e di accreditamento.

In tema di ritardo colposo di diagnosi, la sentenza n.23283/2016 della Cassazione sezione IV Penale richiede implicitamente al giudice una garantista valutazione d’ufficio del grado di colpa del sanitario ai sensi dell’art.3, comma 1, della legge Balduzzi n.189/2012. Inoltre afferma che la limitazione di responsabilità, in caso di colpa lieve, può operare, per le condotte professionali conformi alle linee guida e alle buone pratiche accreditate, anche in caso di errori connotati da profili di colpa generica diversi dall’imperizia, come la diligenza, difficilmente scindibili tra loro nelle raccomandazioni sui percorsi di cura multidisciplinari in contesti organizzativi complessi.

Assume dunque rilievo la misura della divergenza tra la condotta effettivamente tenuta e quella che era da attendersi, sulla base della norma cautelare che si doveva osservare. Essa è definita mediante una articolata valutazione complessiva di indicatori quali le specifiche condizioni del soggetto agente, il suo grado di specializzazione, la perizia e diligenza posta nell’atto sanitario, il grado di difficoltà di interpretare un quadro clinico atipico o complesso o non chiaro, l’eventuale urgenza o stato di necessità per l’intervento effettuato, l’indisponibilità di informazioni cliniche essenziali o del consenso informato, l’eventuale bilanciamento di fattori o diritti/doveri contrapposti e, in particolare anche  il contesto ambientale e organizzativo di particolare difficoltà  in cui il sanitario si è trovato ad operare (sentenza n.16237/2013 Cassazione sezione IV Penale).

Secondo la sentenza n.16237/2013 della Cassazione sezione IV Penale (Cantore), “si può ragionevolmente parlare di colpa grave solo quando si sia in presenza di una deviazione ragguardevole rispetto all’agire appropriato, rispetto al parametro dato dal complesso delle raccomandazioni contenute nelle linee guida di riferimento, quando cioè l’atto medico tecnico si discosti marcatamente da quello atteso secondo buone pratiche e necessario al caso specifico. Tuttavia, quanto più la vicenda appaia problematica, incerta o contrassegnata dall’urgenza, tanto maggiore dovrà essere la tendenza a considerare lieve l’addebito nei confronti del sanitario che, pur essendosi uniformato ad una accreditata direttiva, non sia stato in grado di garantire una cura efficace e abbia causato invece un esito negativo all’assistito .

La Corte Costituzionale nell’ordinanza n. 295/2013 aveva affermato che la limitazione di responsabilità prevista dalla legge Balduzzi era applicabile solo in rapporto all’addebito di imperizia, sul presupposto che le linee guida in materia sanitaria contenessero esclusivamente regole di perizia (sentenza n.16944/2015 Cass. sez. IV Pen), e non fosse invece applicabile quando all’esercente la professione sanitaria venisse attribuito, sul piano della colpa, un comportamento negligente o imprudente.

Ma l’orientamento dei giudici poi non è apparso univoco. Pur confermando che la limitazione di responsabilità alla colpa grave concerne elettivamente il profilo dell’imperizia, la sentenza n.47289/2014 della Cassazione sezione IV Penale ha affermato che non può escludersi che le linee guida pongano regole rispetto alle quali il parametro valutativo della condotta dell’agente sia anche quello della diligenza, tanto più che la norma (legge 189/2012) fa riferimento anche alle buone pratiche  accreditate per le quali è atteso un diligente adempimento da parte di tutto il personale coinvolto nel percorso di cura. Inoltre nella realtà dei casi complessi spesso appare sfumata e incerta una distinzione dirimente tra imperizia, negligenza e imprudenza.

Sono frequenti le contestazioni di addebito che, formalmente riconducibili a negligenza o imprudenza, contengono anche una quota di imperizia, potendo essere valutate quali scelte errate di merito riferibili alla perizia. È il caso ad esempio del sanitario che per errore/ritardo di diagnosi e/o terapia non abbia considerato la necessità della condotta perita omessa o abbia erroneamente ritardato il doveroso approfondimento diagnostico (sentenza n.343/2016 della Cassazione Civile) e il ricovero ospedaliero o abbia dimesso troppo precocemente il paziente clinicamente ancora instabile o abbia somministrato farmaci controindicati per il caso specifico.

L’addebito contestato nel caso in sentenza n.23283/2016, Cass Pen IV, è stato di avere omesso, “nonostante l’aggravamento della sintomatologia addominale, di attuare tempestivamente ogni possibile e specifica attività diagnostica e terapeutica” nei confronti di un paziente che presentava da subito, “sintomi riferibili a fessurazione dell’aneurisma dell’aorta addominale” (la TAC è stata eseguita con ritardo solo “quando il quadro di rottura dell’aneurisma dell’aorta addominale era già conclamato”), così compromettendo “la possibilità di guarigione” e cagionandone la morte, “nonostante l’effettuazione dell’intervento chirurgico di rimozione dell’aneurisma”.

Va infine rilevato che il nuovo art. 590-ter del codice penale sottolinea anche l’importanza nel caso concreto del giudizio clinico del sanitario che, in forza della sua responsabilità è autonomo nella scelta fondata e logica delle opzioni di intervento  in relazione alle numerose variabili cliniche che potrebbero giustificare scostamenti scientificamente motivati dalle raccomandazioni contenute nelle linee guida.

 
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Pubblicato da su 15 aprile 2017 in diritto e legali

 

Trasfusione di sangue errata, responsabilità dell’infermiere

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Pubblicato da su 10 aprile 2017 in diritto e legali

 

Ema raccomanda sospensione trecento generici per inaffidabilità studi di bioequivalenza

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L’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha raccomandato la sospensione di circa 300 farmaci generici, già approvati in alcuni stati, i cui studi di bioequivalenza, condotti dalla Microterapeutic Research Labs in due siti indiani, sono stati valutati inaffidabili e non accettabili per l’autorizzazione al commercio nell’Unione europea. È quanto si legge in una nota dell’Ema in cui si sottolinea che non ci sono evidenze di danni o di mancanza di efficacia nei farmaci approvati e che la sospensione può essere revocata una volta che vengano forniti dati alternativi che stabiliscano la bioequivalenza. Come è accaduto per diversi medicinali revisionati per i quali sono stati già forniti questi dati e il Chmp dell’Ema ha, infatti, raccomandato che restino sul mercato. L’Agenzia ha anche raccomandato che farmaci non ancora autorizzati, ma che sono in valutazione sulla base di studi di bioequivalenza provenienti da questi siti, non debbano essere autorizzati fino a che la bioequivalenza non sia dimostrata da dati alternativi.

 
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Pubblicato da su 1 aprile 2017 in diritto e legali

 

Responsabilità diretta dell’infermiere nella somministrazione dei farmaci  NdR: la dialisi e’ come la somministrazione di un farmaco?

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Le riforme normative dell’ultimo ventennio hanno permesso di ricavare ambiti di autonomia e responsabilizzazione diretta dell’infermiere che conducono per converso a ritenere, in alcuni casi, insussistente una responsabilità del medico per omessa vigilanza. Rientrano certamente nell’ambito dell’esclusiva responsabilità e cura dell’infermiere le prestazioni consistenti nella somministrazione dei farmaci. In particolare, l’autonomia e la responsabilità dell’infermiere riguardano le procedure e le valutazioni necessarie per garantire la correttezza dell’applicazione della cura. La prescrizione, per contro, costituisce ancora atto proprio ed esclusivo del medico, che deve individuare la scelta del farmaco più appropriato sulla base della diagnosi e della indicazione terapeutica ritenuta più idonea al trattamento della patologia, ma l’interpretazione della terapia, così come la (eventuale preparazione e) somministrazione della stessa, sono atti propri dell’infermiere. A fronte dell’autonoma responsabilità dell’infermiere, nell’ambito della fattispecie di somministrazione dei farmaci, arretra, evidentemente, la posizione di garanzia del medico con riferimento all’obbligo di vigilanza dell’operato del predetto professionista sanitario. (Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net)

 
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Pubblicato da su 1 aprile 2017 in diritto e legali

 

Primario responsabilità’ ed autonomia gestionale medici equipe

Sorgente: STANDARD – QUESITO_2015108.pdf

 

 
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Pubblicato da su 26 marzo 2017 in diritto e legali

 
 
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