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Archivi categoria: epidemiologia

L’Italia invecchia, male: l’80% della spesa sanitaria è per malattie croniche – Repubblica.it

Italiani ancora lenti a cambiare abitudini nocive per la salute come fumo, sedentarietà e alimentazioni scorretta, ma nel Belpaese si muore sempre meno.

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Italia più longeva, allarme malati cronici | RomaSette

I dati del rapporto annuale Osservasalute. Vita media 83,4 anni. Allarme per i 24 milioni di affetti da patologie permanenti e per le morti ospedaliere dovute a sepsi e resistenza agli antibiotici

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Osservatorio Nazionale sulla salute nelle regioni italiane

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La cattiva alimentazione uccide più del tabacco. Lo studio su Lancet | il Salvagente

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COME MUORE UN ANZIANO OGGI?

COME MUORE UN ANZIANO OGGI?
Muoiono in OSPEDALE.
Perché quando la nonna di 92 anni è un po’ pallida ed affaticata deve essere ricoverata. Una volta dentro poi, l’ospedale mette in atto ciecamente tutte le sue armi di tortura umanitaria. Iniziano i prelievi di sangue, le inevitabili fleboclisi, le radiografie.
“Come va la nonna, dottore?”. “E’ molto debole, è anemica!”.
Il giorno dopo della nonna ai nipoti già non gliene frega più niente!
Esattamente lo stesso motivo (non per tutti, sia chiaro!) per il quale da diversi anni è rinchiusa in casa di riposo.
“Come va l’anemia, dottore?”. “Che vi devo dire? Se non scopriamo la causa è difficile dire come potrà evolvere la situazione”.
“Ma voi cosa pensate?”. “Beh, potrebbe essere un’ ulcera o un tumore… dovremmo fare un’ endoscopia”.
Chi lavora in ospedale si è trovato moltissime volte in situazioni di questo tipo. Che senso ha sottoporre una attempata signora di 92 anni ad una gastroscopia? Che mi frega sapere se ha l’ulcera o il cancro? Perché deve morire con una diagnosi precisa? Ed inevitabilmente la gastroscopia viene fatta perché i nipoti vogliono poter dire a se stessi e a chiunque chieda notizie, di aver fatto di tutto per la nonna.
Certe volte comprendo la difficoltà e il disagio in certi ragionamenti.Talvolta no.
Dopo la gastroscopia finalmente sappiamo che la Signora ha solamente una piccola ulcera duodenale ed i familiari confessano che la settimana prima aveva mangiato fagioli con le cotiche e broccoli fritti, “…sa, è tanto golosa”.
A questo punto ormai l’ ospedale sta facendo la sua opera di devastazione. La vecchia perde il ritmo del giorno e della notte perché non è abituata a dormire in una camera con altre tre persone, non è abituata a vedere attorno a sé facce sempre diverse visto che ogni sei ore cambia il turno degli infermieri, non è abituata ad essere svegliata alle sei del mattino con una puntura sul sedere. Le notti diventano un incubo.
La vecchietta che era entrata in ospedale soltanto un po’ pallida ed affaticata, rinvigorita dalle trasfusioni e rincoglionita dall’ambiente, la notte è sveglia come un cocainomane. Parla alla vicina di letto chiamandola col nome della figlia, si rifà il letto dodici volte, chiede di parlare col direttore dell’albergo, chiede un avvocato perché detenuta senza motivo.
All’inizio le compagne di stanza ridono, ma alla terza notte minacciano il medico di guardia “…o le fate qualcosa per calmarla o noi la ammazziamo!”. Comincia quindi la somministrazione dei sedativi e la nonna viene finalmente messa a dormire.
“Come va la nonna, dottore? La vediamo molto giù, dorme sempre”.
Tutto questo continua fino a quando una notte (chissà perché in ospedale i vecchi muoiono quasi sempre di notte) la nonna dorme senza la puntura di Talofen.
“Dottore, la vecchina del 12 non respira più”.
Inizia la scena finale di una triste commedia che si recita tutte le notti in tanti nostri ospedali: un medico spettinato e sbadigliante (spesso il Rianimatore sollecitato di corsa per “fare di tutto”)scrive in cartella la consueta litania “assenza di attività cardiaca e respiratoria spontanea, si constata il decesso”.
La cartella clinica viene chiusa, gli esami del sangue però sono ottimi. L’ospedale ha fatto fino in fondo il suo dovere, la paziente è morta con ottimi valori di emocromo, azotemia ed elettroliti.
Cerco spesso di far capire ai familiari di questi poveri anziani che il ricovero in ospedale non serve e anzi è spesso causa di disagio e dolore per il paziente, che non ha senso voler curare una persona che è solamente arrivata alla fine della vita.
Che serve amore, vicinanza e dolcezza.
Vengo preso per cinico, per un medico che non vuole “curare” una persona solo perché è anziana. “E poi sa dottore, a casa abbiamo due bambini che fanno ancora le elementari non abbiamo piacere che vedano morire la nonna!”.
Ma perché?
Perché i bambini possono vedere in tv ammazzamenti, stupri, “carrambe” e non possono vedere morire la nonna? Io penso che la nonna vorrebbe tanto starsene nel lettone di casa sua, senza aghi nelle vene, senza sedativi che le bombardano il cervello, e chiudere gli occhi portando con sé per l’ultimo viaggio una lacrima dei figli, un sorriso dei nipoti e non il fragore di una scorreggia della vicina di letto.
In ultimo, per noi medici: ok, hanno sbagliato, ce l’hanno portata in ospedale, non ci sono posti letto, magari resterà in barella o in sedia per chissà quanto tempo. Ma le nonnine e i pazienti, anche quelli terminali, moribondi,non sono “rotture di scatole” delle 3 del mattino.
O forse lo sono. Ma è il nostro compito, la nostra missione portare rispetto e compassione verso il “fine vita”. Perché curare è anche questo, prendersi cura di qualcuno.Anche e soprattutto quando questo avviene in un freddo reparto nosocomiale e non sul letto di casa.

di Carlo Cascone
(belle persona conosciuta per caso da ZeroGas)

 
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Pubblicato da su 12 maggio 2019 in aging/age/anziani, epidemiologia

 

Soli, fragili e senza servizi sociali: la lotta quotidiana degli anziani – La Stampa

In Italia uno su 4 ha più di 65 anni ma siamo al penultimo posto in Europa per qualità della vita. Spesso i pensionati vivono imprigionati in casa

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It’s time to recognise self care as an integral component of health systems | The BMJChronic care model

Empowering and supporting people to manage their own health benefits everyone The space given to self care in health policies and national healthcare does not acknowledge how people take care of their health or the potential self care has for improving health and wellbeing. Although so much of public health messaging is about self care, the benign neglect in healthcare policies stems, at least in part, from an evidence base that is patchy at best. However, in recent years, interest has been growing in the production of evidence reviews and guidelines for self care. A single definition of self care is not straightforward given the range of health problems, diagnoses, and treatments that it covers and the varying degrees of complexity involved that require different skills, understanding, and health literacy. Most self care happens outside the formal health system and should not be medicalised. However, when self care and healthcare intersect there is potential to amplify their benefits for the health of individuals and populations. For example, HIV self testing could increase coverage and self management of abortion could improve maternal health outcomes. Although it is tempting

Sorgente: It’s time to recognise self care as an integral component of health systems | The BMJ

 

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One-Year Mortality After Dialysis Initiation Among Older Adults. | Geriatrics | JAMA Internal Medicine | JAMA Network

This cohort study examines the incidence of mortality 1 year after the start of hemodialysis in patients 65 years and older.

Sorgente: One-Year Mortality After Dialysis Initiation Among Older Adults. | Geriatrics | JAMA Internal Medicine | JAMA Network

 
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Pubblicato da su 26 aprile 2019 in emodialisi e DP, epidemiologia

 
 
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