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Experiments in Continuity — Rethinking Residency Training in Ambulatory Care — NEJM

Experiments in Continuity — Rethinking Residency Training in Ambulatory Care — NEJM.

per chi vuol sentire e quando lo dico ai miei giovani colleghi ti snobbano ma stavolta e’ un editoriale del NEJM:

ationally, internal medicine residents spend more than two thirds of their training in inpatient settings, caring for patients with acute medical conditions such as myocardial infarction, diabetic ketoacidosis, and exacerbations of COPD.

ed ancora:

Going forward, I believe we need to encourage more residency programs to think creatively about the ambulatory care training experience. High-functioning residency clinics could equip both future internists and subspecialists with the necessary tools to treat chronic disease and might even convince more trainees to choose careers in primary care. More important, increased curricular attention to ambulatory care training will ultimately benefit the millions of U.S. patients with chronic disease.

se ci volete sentire . . . . . .

 

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doc2doc forums – Do you have any questions for me? But not too many.

doc2doc forums – Do you have any questions for me? But not too many..

riservare piu’ tempo alle domande dei pazienti i sbrigarsi ed affrontare solo il problema piou’ importante?

domande e risposte dal BMJ

 

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Maxi-studio, se il medico e’ empatico il paziente sta meglio

Giusto, allora perche’ non perdere un attimo in piu’ in ambulatorio a parlare?
 
da UNIVADIS
 

Roma, 11 set. (Adnkronos Salute) – Meglio un medico dall’aria autorevole ma distaccato, o uno più sensibile ed empatico? A rispondere a questa domanda è un maxi-studio condotto da ricercatori italiani e americani, secondo il quale i pazienti seguiti da operatori più empatici hanno risultati migliori e incappano in meno complicanze. La ricerca condotta da un team della Thomas Jefferson University (Usa) e dai colleghi italiani della Asl di Parma ha valutato le relazioni tra empatia del medico ed esiti clinici in ben 20.961 pazienti diabetici, seguiti da 242 camici bianchi del Belpaese.

Lo studio è pubblicato su ‘Academic Medicine’, ed è in pratica il follow-up di un piccolo studio americano, pubblicato sulla stessa rivista nel marzo 2011 dai ricercatori della Thomas Jefferson University (su 891 diabetici e 29 medici). “Questo nuovo, grande studio di ricerca ha confermato che una relazione medico-paziente empatica è un fattore importante per risultati positivi” nella clinica, spiega Mohammadreza Hojat dell’ateneo Usa, che firma la ricerca insieme a Stefano Del Canale dell’Asl di Parma e altri colleghi italiani e americani. “Rispetto al nostro primo studio, questo include un numero molto maggiore di pazienti e medici”, con una mole di dati che “permetterà di generalizzare i risultati nelle diverse culture, e nei diversi sistemi sanitari”. I pazienti monitorati nella ricerca facevano parte di una popolazione di oltre 284.000 adulti nel bacino dell’Autorità sanitaria locale di Parma, seguiti da 242 medici di medicina generale.

I ricercatori hanno usato la Jefferson Scale of Empathy (Jse) per misurare l’empatia nel contesto della formazione medica e della cura del paziente. La scala comprende 20 elementi, e tutti i medici hanno completato il test. Nello studio del 2011, inoltre, per misurare quanto l’empatia del dottore avesse influenzato gli esiti del trattamento, i ricercatori hanno utilizzato i risultati di due esami medici, il test emoglobina A1c e i livelli di colesterolo, trovando un’associazione diretta tra un punteggio più alto del Jse da parte del medico e un migliore controllo di emoglobina A1c e colesterolo nei rispettivi pazienti. Ora i ricercatori hanno cercato un altro risultato tangibile: la presenza di complicanze metaboliche acute tra i diabetici. Problemi gravi, che hanno portato questi ultimi in ospedale nel corso di un anno (2009).

Ebbene, un totale di 123 pazienti sono stati ricoverati in ospedale a causa delle complicanze metaboliche acute nell’anno in esame. I risultati hanno mostrato che i medici del gruppo più empatico hanno totalizzato un tasso inferiore di pazienti con complicanze metaboliche acute. Ad esempio, i dottori con i livelli più elevati nella classifica dell’empatia hanno avuto 29 (su 7.224) pazienti ricoverati in ospedale, contro i 42 (su 6.434) dei colleghi con i punteggi più bassi.

Ci sono molti fattori che contribuiscono alla robustezza dei dati emersi dallo studio, scrivono i ricercatori. “In primo luogo, a causa della copertura universale dell’assistenza sanitaria in Italia, non vi è alcun effetto confondente legato alla differenza di assicurazione, alla sua assenza o a barriere economiche per accedere cura”. “Lo studio è stato condotto in un sistema sanitario in cui tutti i residenti sono registrati presso un medico di base, e questo” comporta “un migliore rapporto, più definito, tra i pazienti e i loro dottori famiglia”, aggiunge Daniel Z. Louis, coautore della ricerca. “I risultati di questo studio hanno confermato la nostra ipotesi che l’empatia del medico, misurata con uno strumento validato, è significativamente associata con l’incidenza di gravi complicanze metaboliche nei pazienti diabetici”, conclude Hojat.

 

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